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06 nov Una notte al museo e una settimana di (vero) design

Non c’è niente da fare: se non provo esperienze nuove, inedite e speciali non sono contenta. E devo dire che da quando mi sono trasferita in Olanda riesco stupirmi giorno dopo giorno. Annoiarsi è impossibile e lasciarsi andare alle novità e alle sperimentazioni è all’ordine del giorno. A Eindhoven, nella mia città, è tutto un susseguirsi di appuntamenti uno in fila all’altro, dove la concezione nordeuropea porta delle modifiche interessanti e delle novità rispetto al nostro concetto di ‘evento’.

E io – che di eventi ne ho organizzati parecchi per almeno 10 anni e per altrettanti ho tenuto la cattedra di event designer allo IED – mai avrei pensato di ritrovarmi a remare in barca per andare ballare in un posto segreto sotto l’autostrada di fianco ad un canale, in uno spazio off dove nei 90s si organizzavano party underground a base graffiti e hip hop. Tra ostriche e champagne, dj set di hip hop old school e violini ecco come Eindhoven247 ha organizzato una super festa ispirazionale:

Ad un mese della Dutch Design Week – sono stata invitata assieme ad alcuni colleghi, tra i quali il direttore della favolosa rivista Yatzer, a partecipare ad una BrabantNacht. Un evento lungo una notte, un evento in contemporanea ad altri eventi in tutta la regione del Brabante, all’aperto e in spazi incredibili. Noi abbiamo vissuto una notte dentro al Museo Van Abbe, dove abbiamo ridisegnato il nostro concetto di design, diventato oggi qualcosa di talmente effimero da aver perso completamente la sua anima. Oramai – forse in particolarmente noi italiani – consideriamo il design un mezzo (e non un fine) per far diventare un prodotto più carino, più vendibile e appetibile. Mercificazione insomma, proprio quello che ho visto negli ultimi 20 anni al Salone del Mobile di Milano, dove l’attenzione si è sempre più spostata sull’oggetto in se e per se, dimenticando i concetti ben spiegati su Abitudini creative: “Il design è consapevolezza: essere consapevoli del presente e immaginare un futuro. Il design prova a risolvere problemi in tutti gli ambiti in cui viene applicato. Per fare ciò, fare design significa avere uno sguardo attento a tutto il mondo che ruota attorno all’idea: dal progetto all’evoluzione, dalla produzione alla distribuzione. Si interfaccia con l’industria e l’economia, con il marketing e la psicologia”.

Consapevolezza del design: perché lo faccio, cosa metto a disposizione del mondo e del mercato? Qui ecco la differenza sostanziale tra come la viviamo in Italia dove il designer è sempre più un’artista a tutto campo, un nome da mettere a disposizione a un brand per elevarlo e renderlo più appetibile al mercato, tutto e nulla. Qui tutto è più concreto, si fa un passo indietro per capire chi siamo e che cosa stiamo facendo e come farlo BENE. Al museo ci accolgono informali più che mai Maarten Baas (quello giovane e famoso, quello che vende in tutto il mondo e fa da traino al design olandese) e Aart Van Asseldonk (quello giovanissimo, sconosciuto ai più, ma con le idee chiare e progetti ben delineati), giovani, carini e occupatissimi. Ci hanno fatto assaggiare per una notte che cosa significa oggi per loro essere un designer, come creare idee e progetti che andranno avanti nel tempo, non realizzate semplicemente qui ed ora. Prima di tutto abbiamo fatto una bella grigliata tutti assieme (e di glutine neanche traccia, basta stare lontani dalle birre e tutto va bene) poi abbiamo vissuto una notte al museo Van Abbe, un’esperienza stratosferica.

Accendere le pile ed immergersi al buio dentro ai quadri e alle installazioni, illuminarli a tuo piacere, goderli al buio e in silenzio seguendo i tuoi tempi assorbendone l’aura è stato un grandissimo input creativo che non mi ha certo fatta diventare una designer per una notte, ma mi ha aiutata a comprenderne le ispirazioni.

Agglutinata entro l'arte © Inge van Beekum

Agglutinata dentro l’arte © Inge van Beekum

 

Ora che un mese è volato ed è appena finita la DDW, qualcosa di immensamente lontano al nostro equivalente meneghino, ecco che la torre creata da Aart svetta orgogliosa al fianco al Van Abbe Museum e farà parte di un repertorio immenso che va da Picasso a Mondrian, da Kandinsky a El Lissitzky.  Sì perché mica era un esperimento momentaneo, sì perché è stata pensata all’interno di un contesto futuro. Perché il senso del tempo nel design è essenziale, come ha ben delineato Maarten Baas presentando una mostra magnifica esponendo le varie sedie disegnate negli ultimi 15 anni, quella attuale? La The Tree Trunk Chair che non esiste, perché in realtà è un albero, ma sarà sedia tra 200 anni grazie alla creazione di una modifica artificiale. Neanche il suo creatore potrà vederla ultimata, ma esisterà.

Maarten Baas Makes Time © Nick_Bookelaar

Maarten Baas Makes Time © Nick_Bookelaar

 

Perchè mai? Perché dobbiamo riprenderci il nostro tempo. Capire chi siamo, renderci conto di quanto sia effimero oggi il mondo del design, renderlo attuale, utile, interessante e socialmente importante. Di tutti i progetti che più mi hanno colpita alla DDW sono stati quelli dedicati alle persone anziane, malate e bisognose di aiuto come case sostenibili per gi rifugiati, app e giochi per i bambini che faticano a parlare, innovazioni e tecnologie utili a superare ostacoli e problemi della vita. Signori e signore questo è il design che mi piace, chiamatelo se vi pare social design. Lunga vita al social design.

Una casa sostenibile per i rigugiati ©Sjoerd Eickmans

Una casa sostenibile per i rifugiati ©Sjoerd Eickmans

 

Ovviamente il tutto senza dimenticare di divertirsi e lasciando il segno, come ben riassume Aart in questo scatto:

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NB No, oggi non ho parlato di cibo, ma spero di aver dato spazio a cibo per la mente..

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